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Acque reflue: la Commissione richiama l'Italia alla normativa

Acque reflue: la Commissione richiama l'Italia alla normativa
Chiesto di assicurare che le acque reflue prodotte dagli agglomerati con più di 10mila abitanti e scaricate in aree sensibili siano adeguatamente trattate. Tempo due mesi, poi il deferimento alla Corte Ue.

20 Maggio 2011

La Commissione europea ha ufficialmente richiamato l'Italia ad assicurare che le acque reflue prodotte dagli agglomerati con più di 10mila abitanti e scaricate in aree sensibili siano adeguatamente trattate.
A causa della lentezza dei progressi compiuti dall'Italia in questo ambito la Commissione, su raccomandazione del Commissario per l'Ambiente Janez Potočnik, ha inviato un parere motivato.

Se l'Italia non adempirà entro due mesi, la Commissione può adire la Corte di giustizia dell'Ue.

Secondo quanto previsto dalla normativa Ue in materia di trattamento delle acque reflue urbane, gli agglomerati con oltre 10mila abitanti dovevano dotarsi, a partire dal 1998, di sistemi per la raccolta e il trattamento delle acque reflue.

In forza di una Direttiva del Consiglio del 1991, gli Stati membri sono tenuti a garantire che le acque che entrano nei sistemi di raccolta subiscano un trattamento “secondario” volto a rimuovere le sostanze inquinanti prima che siano scaricate nel mare o in acqua dolce.

Gli impianti di trattamento devono inoltre essere in grado di fare fronte alle variazioni stagionali di carico delle acque reflue.

Tuttavia in Italia almeno 143 città non sono ancora collegate a un impianto fognario adeguato, sono prive di impianti per il trattamento secondario e/o non hanno la capacità di gestire le variazioni di carico delle acque reflue.
L'Italia ha compiuto progressi ma, nonostante gli avvertimenti precedenti, 13 anni dopo il termine fissato non ha ancora rispettato il prescritto.
L'Italia ha due mesi per mettersi in regola. Se non adotterà i provvedimenti necessari, potrà essere deferita alla Corte di giustizia dell'Ue.

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