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Alimentare

Carne equina non dichiarata: un tema dai molteplici aspetti

Tracciabilità del prodotto, etichettatura, salute umana, trattamento degli animali. Non necessariamente in quest'ordine, a Bruxelles le istituzioni affrontano il problema. La Commissione Envi del Parlamento europeo lo ha fatto con Paola Testori Coggi (Sanco).

D.C.

19 Febbraio 2013

Lo scandalo della carne equina non dichiarata negli alimenti in commercio è approdato anche al Parlamento europeo.
In commissione Ambiente, Sanità pubblica e Sicurezza alimentare (Envi), insieme a Paola Testori Coggi, Direttore generale della Direzione Salute e consumatori della Commissione europea (Sanco) si è dibattuto al riguardo.

Per Andrea Zanoni «è fondamentale che l'Ue predisponga una normativa di tracciabilità obbligatoria e di scrupolosa indicazione in etichetta per tutti gli ingredienti, carni comprese, contenuti nei prodotti venduti sugli scaffali dei supermercati europei».

I parlamentari hanno invocato maggiori test da fare lungo tutta la catena alimentare.
Alcuni si sono concentrati maggiormente sull'aspetto della tracciabilità in etichetta, altri su quello del trattamento delle carni equine, a prescindere dal loro dichiarato utilizzo.
Gli aspetti, quindi, sono molteplici: si va dalla lotta alla frode alle minacce alla salute umana. E non sono avulsi gli aspetti del trattamento degli animali.

Riguardo la tracciabilità, Testori Coggi ha affermato che l'Ue dispone della migliore legislazione al mondo, tant'è che gli attori della frode sono stati scoperti e individuati granularmente: «il sistema ha funzionato».

Per migliorarla, comunque, la Commissione europea ha proposto un piano per incrementare i controlli, includendo test del Dna da farsi sulla carne.
Il problema, a questo punto, pare evitare le frodi in etichetta, ossia la falsa dichiarazione.

Per Chris Davis la responsabilità deve ricadere sul produttore dell'alimento, al netto della prova che i controlli delle autorità nazionali devono essere fatti, e invoca sanzioni esemplari, applicabili su tutto il territorio europeo.
Ma su questo punto Testori Coggi ha ricordato che applicare le sanzioni penali è prerogativa degli stati membri.

Per Carl Schlyter il problema è l'ossessiva ricerca del costo più basso che induce alla frode. Un'etichettatura sull'origine della carne obbligherebbe gli attori della catena alimentare a un rispetto più serrato dell'etica economica e quindi indurrebbe una riduzione del rischio.

Quanto servirebbe un vero made in
Precedentemente al dibattito in Commissione Envi, alla fine della scorsa settimana, il Comitato permanente per la catena alimentare e la salute animale europeo aveva approvato una proposta di raccomandazione della Commissione europea per l' adozione di un piano straordinario di controllo sulla presenza di carne equina non dichiarata in etichetta negli alimenti a base di carne.

L'Italia è stato l'unico paese dei 27 a votare contro (il che non significa che non rispetti la proposta).
La delegazione italiana ha condiviso la necessità di maggiori controlli, ma ha trovato la proposta riduttiva, perché non accompagnata da misure dissuasive e preventive nei confronti delle frodi, come il potenziamento dei controlli in tutti gli Stati membri.

Per Cristiana Muscardini ha fatto bene: «l'altissimo numero di controlli affidati all'Italia - ha detto in una nota la vicepresidente della Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo - non è commisurato alla produzione nazionale, ma al numero di equini vivi e di carni equine introdotti da altri Paesi dell'Unione europea, contravvenendo in questo modo ai principi della legislazione europea che imputa ai Paesi speditori, e non ai Paesi ricevitori, la garanzie sanitarie. Con l'adozione del principio del made in, invece, si farebbe un altro passo avanti nella direzione dell'informazione del consumatore».