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Come si è arrivati all’attuale spazio di libera circolazione

All'accordo tra i cinque paesi fondatori del 1985, nel 1990 si aggiunse la “Convenzione di applicazione”. Sottoscrivendo tali documenti, e riuscendo ad adottare le misure idonee secondo il Consiglio a darvi concreta attuazione, uno Stato sarebbe entrato a sua volta nello spazio di libera circolazione, ampliandolo di una quota pari all'estensione del suo territorio sovrano.

Gli Stati che in futuro entreranno a far parte dell'Unione Europea, dovranno accettare integralmente le disposizioni contenute nell'accordo Schengen e nella convenzione di applicazione (principalmente a causa dell'avvenuta “comunitarizzazione” della materia, vedi oltre).

A ogni sottoscrizione, l'Area Schengen diviene sempre più vasta, e più vasto diviene il territorio in cui, per i soggetti in transito, si semplificano enormemente le formalità doganali.
 
L'accordo di Schengen del 1985 e la convenzione del 1990 (in vigore dal 1995), hanno pertanto consentito, agli Stati fondatori di:

  • abolire controlli interni tra gli Stati firmatari e di creare una frontiera esterna unica, lungo la quale i controlli all'ingresso nello spazio Schengen vengono effettuati secondo procedure uniformi;
  • adottare norme comuni in materia di visti, diritto d'asilo e controllo alle frontiere esterne onde consentire la libera circolazione delle persone all'interno dei paesi firmatari senza turbare l'ordine pubblico.

Nel corso degli anni successivi, quasi tutti gli Stati membri (esclusi Regno Unito e Irlanda), aderirono all'area Schengen, a riprova della validità del regime da essa introdotto.

Si riesce forse ad apprezzare la portata innovativa del nuovo regime se si pensa che tali accordi valsero a introdurre il “visto uniforme” per soggiorni della durata massima di 3 mesi per i cittadini di stati terzi che volessero fare ingresso nell'area Schengen, e il rilascio del “permesso di soggiorno” per permanenze superiori a 3 mesi.

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