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Biodiversità

L'Ue è contro la biopirateria (e quindi le multinazionali)

Una risoluzione non legislativa del Parlamento europeo chiede che l’Europa combatta la pratica di aziende che sfruttano piante con proprietà medicinali e rimedi tradizionali originari dei paesi in via di sviluppo senza condividerne i profitti. Serve cambiare il metodo di brevetto.

15 Gennaio 2013

Una risoluzione non legislativa del Parlamento europeo, approvata per alzata di mano, chiede che l'Ue combatta la pratica delle aziende che sfruttano piante con proprietà medicinali e rimedi tradizionali originari dei paesi in via di sviluppo, senza condividerne i profitti con le popolazioni indigene.
La cosiddetta biopirateria può bloccare lo sviluppo economico di paesi in via di sviluppo e quindi anche il raggiungimento degli stessi obiettivi dell'Ue.

Nel testo approvato si sottolinea che il 70% delle popolazioni povere del mondo dipende direttamente dalla biodiversità per la sopravvivenza e il benessere.

Secondo la relatrice del provvedimento, Catherine Grèze, il 90% del patrimonio biologico del mondo si trova nei paesi in via di sviluppo, ma la maggior parte dei brevetti è detenuta da quelli sviluppati: «le nostre regole per l'utilizzo delle risorse naturali e delle conoscenze tradizionali non sono ben definite e le aziende sfruttano questa situazione d'incertezza giuridica per utilizzare il know-how tradizionale. L'Ue deve contribuire a garantire che i benefici siano condivisi in modo equo, in linea con il suo impegno nella lotta contro la povertà».

Anche se esistono accordi internazionali a tutela dei diritti delle popolazioni indigene su risorse genetiche e conoscenze tradizionali, non ci sono meccanismi per farle rispettare.
Il diritto di proprietà intellettuale, cosi come esiste oggi, può anche avere effetti negativi, in quanto valuta le conoscenze tradizionali esclusivamente dal punto di vista del mercato.

Cambiare i brevetti
Per prevenire la biopirateria i deputati chiedono che la concessione di un brevetto sia subordinata all'obbligo di rivelare l'origine delle risorse genetiche e del sapere tradizionale utilizzati, e fornire la prova del consenso da parte delle autorità del paese fornitore e anche la prova di una equa condivisione dei benefici.

L'Ue non dovrebbe chiedere ai paesi in via di sviluppo di firmare accordi commerciali che includano norme di ampia portata in materia di proprietà intellettuale (sementi e farmaci), poiché queste al momento non soddisfano le esigenze di chi possiede le conoscenze tradizionali, dicono i deputati.
L'Ue, invece, dovrebbe anche aiutare i pvs nella costruzione di meccanismi giuridici e istituzionali e nella comprensione dei sistemi di protezione dei brevetti.

In tal senso gli eurodeputati vedono con favore la decisione della Commissione europea di implementare il protocollo di Nagoya, che mira a tutelare i diritti dei paesi e delle comunità locali sull'uso di risorse genetiche e conoscenze tradizionali.