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Next generation network
Ngn: l'Italia cerca la via europea
21 Giugno 2010
Tag internet
Si arriva a questo appuntamento dopo quattro settimane incandescenti. Un dubbio ed una decisione rimangono infatti in sospeso sul tema della moderna infrastruttura del Paese per Internet. Una sola rete, condivisa da tutti, con una tecnologia "aperta"? O piuttosto due, visto che Telecom non intende rinunciare a propri piani di aggiornamento?
Per la prima volta, tra gli osservatori interessati direttamente alla vicenda, oltre al Ministero e alle altre istituzioni chiave a livello nazionale (Agcom, Antitrust, Cassa Depositi e Prestiti), sono pienamente coinvolte anche quelle europee, di cui ora è sancito il ruolo di regia e controllo, con il Berec a coordinare gli approcci dei vari organismi regolatori.
A Romani, intanto, spetta il compito di ricomporre il quadro degli interessi in gioco. Da una parte della barricata virtuale ci sono Fastweb, Vodafone, Wind e Tiscali, che condividono un piano teso alla realizzazione di una rete Ftth (con tecnologia P2P) che dovrebbe coprire 15 città italiane entro i prossimi 5 anni, per poi estendersi al 50% della popolazione.
Dall'altra parte c'è Telecom che, pur essendo stato invitata a entrare nel consorzio, intende procedere con il proprio, autonomo progetto, volto ad assicurare la fibra ottica alla metà della popolazione italiana entro il 2018.
Il colosso nazionale lo vuole fare utilizzando una tecnologia Gpon, che viene preferita alla tecnologia point-to-point del primo progetto perché ritenuta più economica e, comunque, secondo quanto dichiarato dall'ad del gruppo Franco Bernabè «è la stessa adottata dai più importanti operatori internazionali».
In molti considerano improbabile che il nostro Paese si possa dotare di due reti e, soprattutto, che due infrastrtture possano essere finanziate dalle istituzioni pubbliche nazionali ed europee e ottenere il sostegno delle banche.
La posizione del nostro principale operatore appare così molto delicata. Un articolo del Financial Times ha messo in discussione, tra le altre cose, proprio la scelta tecnologica di base, che sarebbe tesa a mantenere la rete "chiusa", lasciando i competitor nella stessa attuale condizione di "dipendenza" e delegando al regolatore il compito di assicurare il fair play. Secondo il giornale inglese, Telecom dovrebbe invece condividere il progetto degli altri operatori anche perché rischierebbe di risultare velleitario, dato l'alto indebitamento del gruppo, il suo progetto di costruzione autonoma dell'infrastruttura.
Il fronte che chiede a Bernabè di entrare nella compagine che raduna tutti gli altri operatori è diventato nelle ultime settimane sempre più ampio. Che in Italia ci sia spazio per una sola rete Ngm lo ha detto ad esempio il presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini, sottolineando che nel nostro Paese «non ci sono condizioni per avere più reti in fibra concorrenti tra di loro».
Anche l'ad di Banca Intesa, Corrado Passera suggerisce a Bernabè di allearsi. «Dovremmo concentrare i nostri sforzi in una rete moderna ed efficace, poiché la concorrenza a questo livello non è il modo migliore possibile per investire il denaro» ha affermato Passera.
In una posizione diversa, ma sostanzialmente il linea anche il presidente dell'Agcom, Corrado Calabrò ha auspicato «la più ampia collaborazione tra tutti i soggetti interessati - pubblici e privati - fondamentale per giungere ad un progetto condiviso nell'interesse del Paese».
E quale sia il ruolo che vuole giocare il governo appare chiaro nelle dichiarazioni sull'argomento fatte da Romani. Il viceministro ha già anticipato che il governo proporrà la realizzazione non tanto di una "società della rete", quanto quella di una "società delle infrastrutture di rete", prevedendo che gli operatori si mettano insieme a posare cavi doppi e fibra spenta, ma lasciando che ogni giocatore faccia poi la sua autonoma partita sul campo comune.
Emerge chiara, in questo scenario che non coinvolge solo l'Italia, visto che tutti i Paesi si stanno predisponendo a rinnovare la rete, la necessità che l'Europa coordini tutti i passaggi nazionali.
Perché altrimenti rischia di divenire velleitaria l'ambiziosa scaletta dell'Agenda Digitale, non collimando quantomeno i tempi previsti. Le premesse per cui questo ruolo e questo impegno siano affrontati paiono comunque poste.
Gli Stati membri nel Comitato Comunicazioni della Ue hanno approvato con una schiacciante maggioranza il progetto di una raccomandazione della Commissione relativa all'accesso regolamentato alle reti di nuova generazione (Nga).
Nella bozza che passerà al vaglio del Parlamento la Commissione sottolinea, tra le altre cose, che i coinvestimenti nelle reti di nuova generazione “sono in grado di ridurre sia i costi che il rischio sostenuti da un'impresa di investimento e possono quindi condurre a più ampia diffusione dei collegamenti in fibra ottica”.
Il crinale è ancora una volta quello del rispetto contemporaneo dei principi di convenienza e concorrenza. Il Commissario Ue per l'Agenda Digitale Neelie Kroes ha sottolineato infatti che dovrebbero essere promossi «investimenti efficienti e innovazione nelle infrastrutture, tenendo debitamente conto dei rischi di investimento assunti da tutte le imprese” ma anche “la necessità di mantenere una concorrenza effettiva».
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