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Tendenze
Pmi: vanno meglio se lavorano con l’estero
06 Luglio 2010
Tag commercio internazionale, imprese, innovazione, microimprese
Il 25% delle Pmi europee esporta o ha compiuto esportazioni nell'ultimo triennio, rivela la stessa indagine, mentre le realtà attive a livello internazionale registrano una crescita occupazionale del 7%, contro una media dell'1% per le Pmi non attive sui mercati stranieri. Dimostrata, inoltre, una correlazione forte tra internazionalizzazione e innovazione. L'introduzione di prodotti o servizi innovativi nel paese di appartenenza ha riguardato il 26% delle imprese attive sui mercati internazionali, contro un misero 8% di quelle a vocazione esclusivamente nazionale.
L'indagine fotografa una situazione nella quale le Pmi europee si rivolgono prevalentemente verso altri paesi del mercato Eu (76% del campione), mentre solo il 13% delle realtà indagate opera su mercati extra-europei. Le Pmi europee si dimostrano più attive sul mercato internazionale rispetto alle “sorelle” statunitensi o giapponesi, come emerge dallo studio, che ha preso in esame 26 settori economici ed è stato condotto nella primavera del 2009 su un campione di 9.480 Pmi di 33 paesi europei. Considerate tutte le attività che hanno generato un rapporto commerciale significativo con un partner straniero, quali esportazioni, importazioni, investimenti esteri diretti, contratti internazionali di subfornitura e cooperazioni tecniche.
I risultati mettono in luce che è nel commercio all'ingrosso, nelle attività estrattive e manifatturiere e nella vendita di autoveicoli che si è riscontrata la percentuale più elevata di Pmi internazionalizzate. Dall'analisi emerge anche una relazione diretta tra dimensioni aziendali e grado di internazionalizzazione, per cui tanto più è grande una Pmi tanto più è internazionalizzata.
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