Agroindustry, Food & Health
Attività
Un anno di agricoltura nell'Europa che cambia
Paolo De Castro ha presentato il rapporto sul lavoro come Presidente della Commissione Agricoltura e sviluppo rurale. Risultati su cinque fronti. E ha spiegato che per stare efficacemente in Europa l'Italia ha più di un problema da superare, a partire da quello delle proroghe.
03 Dicembre 2010
Paolo De Castro
Nome: Paolo
Cognome: De Castro
Gruppo Parlamentare: S&D
E-mail: paolo.decastro@europarl.europa.eu
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Paolo De Castro ha presentato a Roma il rapporto sull'anno di attività come Presidente della Commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo.
Al centro del quadro generale c'è una consapevolezza: l'abbondanza è finita, e tutto cambia.
L'anno appena trascorso ha portato a risultati concreti delle proposte della Commissione Agri.
In particolare si è operato con successo su cinque fronti: gestione della crisi del settore lattiero-caseario, politica di qualità dei prodotti agricoli, informazioni ai consumatori, strategia 2020 e, ovviamente, la Pac dopo il 2013.
De Castro ha poi puntato l'indice sull'Italia, individuando alcuni errori di valutazione e suggerendo come migliorare il risultato.
L'Italia agricola sottovaluta il ruolo dell'Europa, e i suoi rappresentanti poco fanno per incontrare i rappresentanti europei in sede istituzionale.
Anche per questioni organizzative, perché spesso per organizzare una rappresentanza di filiera negli altri Paesi i rappresentanti sono pochi e noti, mentre da noi sono molti e vanno individuati.
La sottovalutazione è anche sul piano interno. A volte si portano avanti leggi nazionali non in armonia con le direttive europee: ne sia esempio la norma sull'etichettatura dei prodotti, che rischia di essere stravoita dai Ministri della Salute europei che si riuniranno il prossimo 8 dicembre.
Anche il modo di farsi conoscere in sede europea è diverso. Laddove gli altri Paesi individuano dei rappresentanti ben definiti, gli italiani si presentano in ordine sparso, con il rischio, spesso verificato, di pesare meno di quanto si dovrebbe.
Sempre nel contesto complessivo risalta la tendenza al rinvio come regola, un'anomalia tutta italiana che si paga con l'aumento dei costi reali e una riduzione dei mercati.
Clamorosa la non applicazione di una legge europea del 1999, quella sulle gabbie nel settore avicolo: nonostante l'entrata in vigore sia stata annunciata 11 anni fa e sia prevista per il 2012, l'Italia si appresta a chiedere una proroga.
Per quanto riguarda la Pac, c'è larga consapevolezza che il mercato è instabile e la sua gestione richiede regole più chiare di una semplice formulazione di mercato.
In particolare per la riforma della Pac, a breve ci sarà in discussione la questione dei contributi ai soli agricoltori professionali, con un tetto da valutare.
E bisognerà vedere come erogarli, perché la definizione di agricoltore cambia da nazione a nazione.
Al momento non c'è il criterio di andare in superficie: l'Italia ha 8 milioni di ettari coltivabili, mentre la Francia ne ha 26.
Se il criterio in ingresso fosse basato sul valore, però, con la riforma oggi probabile avremmo più di oggi, in totale, ma i criteri sarebbero diversi e quindi la ridistribuzione modificherà tutto.
Al centro del quadro generale c'è una consapevolezza: l'abbondanza è finita, e tutto cambia.
L'anno appena trascorso ha portato a risultati concreti delle proposte della Commissione Agri.
In particolare si è operato con successo su cinque fronti: gestione della crisi del settore lattiero-caseario, politica di qualità dei prodotti agricoli, informazioni ai consumatori, strategia 2020 e, ovviamente, la Pac dopo il 2013.
De Castro ha poi puntato l'indice sull'Italia, individuando alcuni errori di valutazione e suggerendo come migliorare il risultato.
L'Italia agricola sottovaluta il ruolo dell'Europa, e i suoi rappresentanti poco fanno per incontrare i rappresentanti europei in sede istituzionale.
Anche per questioni organizzative, perché spesso per organizzare una rappresentanza di filiera negli altri Paesi i rappresentanti sono pochi e noti, mentre da noi sono molti e vanno individuati.
La sottovalutazione è anche sul piano interno. A volte si portano avanti leggi nazionali non in armonia con le direttive europee: ne sia esempio la norma sull'etichettatura dei prodotti, che rischia di essere stravoita dai Ministri della Salute europei che si riuniranno il prossimo 8 dicembre.
Anche il modo di farsi conoscere in sede europea è diverso. Laddove gli altri Paesi individuano dei rappresentanti ben definiti, gli italiani si presentano in ordine sparso, con il rischio, spesso verificato, di pesare meno di quanto si dovrebbe.
Sempre nel contesto complessivo risalta la tendenza al rinvio come regola, un'anomalia tutta italiana che si paga con l'aumento dei costi reali e una riduzione dei mercati.
Clamorosa la non applicazione di una legge europea del 1999, quella sulle gabbie nel settore avicolo: nonostante l'entrata in vigore sia stata annunciata 11 anni fa e sia prevista per il 2012, l'Italia si appresta a chiedere una proroga.
Per quanto riguarda la Pac, c'è larga consapevolezza che il mercato è instabile e la sua gestione richiede regole più chiare di una semplice formulazione di mercato.
In particolare per la riforma della Pac, a breve ci sarà in discussione la questione dei contributi ai soli agricoltori professionali, con un tetto da valutare.
E bisognerà vedere come erogarli, perché la definizione di agricoltore cambia da nazione a nazione.
Al momento non c'è il criterio di andare in superficie: l'Italia ha 8 milioni di ettari coltivabili, mentre la Francia ne ha 26.
Se il criterio in ingresso fosse basato sul valore, però, con la riforma oggi probabile avremmo più di oggi, in totale, ma i criteri sarebbero diversi e quindi la ridistribuzione modificherà tutto.
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